Storia e mirabili virtù del farmaco più antico:

la Teriaca di Andromaco

di Marcello Fumagalli*

Articolo originariamente pubblicato su NCF - Notiziario Chimico Farmaceutico (n.2/1997 e n.3/1997) edito dalla Società Editoriale Farmaceutica srl, Via Ausonio 12, Milano (www.sef.it - info@sef.it).

 

Se mai è esistito l'antidoto per eccellenza, dotato di magiche virtù e capace di risolvere ogni tipo di male, questo è stato la Teriaca o Triaca. In origine il suo principale uso era quello di combattere i veleni e in particolare i veleni iniettati per la morsicatura di "fiere velenose" come la vipera. Sull'origine dell'elettuario1 e del suo nome non esistono dubbi. Storia e leggenda si intrecciano solo quando si tenta di comprendere come sia giunta ai romani la miracolosa ricetta.

Il nome deriva dal vocabolo greco "therion" usato per chiamare la vipera e o gli animali velenosi in genere, mentre la composizione, dal famosissimo contravveleno "Mitridato" usato ed inventato dal grande Mitridate Re del Ponto.

Secondo la storia raccontata dai più antichi medici romani, poi riportata dagli speziali nelle loro farmacopee, Mitridate si serviva quotidianamente del suo antidoto per combattere la paura ossessiva di essere avvelenato fino al punto che si assuefò (mitridatismo). Quando le legioni romane di Pompeo vinsero il suo esercito, il Re, decidendo di scegliere la morte per non cadere nelle loro mani, non poté usare il veleno, ma dovette ricorrere alla spada.

Mitridate.....

" trasse dall'elmo della spada un potente veleno che bevutolo insieme con due figliole, Nicia & Mitridatia, che seco erano, non puote morire, ne gli fece nocumento alcuno, per essere egli assuefatto lungamente al rimedio di questa sua Theriaca. Et gli fu forza volendo uscire di vita farsi ammazzare da Bithio suo soldato. Il che non avenne già alle due giovani che prive erano di una tanta sicurezza però che essendo il veleno maligno & pernitioso troppo ne caderono subito morte."2

Pompeo venuto a conoscenza del fatto cercò, fra i bottini di guerra, la ricetta del Mitridate e trovò...

" forcieretti pieni di prove, di commenti & descrizioni dell'antidoto i quali fece poi trasferire in lingua latina da Leuco suo liberto huomo eccelente in grammatica"3.

I medici dell'antica Roma vennero in questo modo a conoscenza del rimedio.

Spetta ad Andromaco il Vecchio, medico di Nerone, il perfezionamento della ricetta del Mitridato al quale pensò di aggiungere la carne di vipera sicuro che l'uso della "fiera velenosa", avrebbe accresciuto l'utilità, il vigore e le virtù dell'antidoto. Nasceva così la Teriaca Magna o Teriaca di Andromaco.

La composizione subì nel tempo notevoli variazioni, ed il primo ad intervenire con le sostituzioni fu il medico filosofo Avicenna4 che aggiunse tredici semplici togliendone altri.

Nei più antichi manoscritti ai meno antichi antidotari e monografie apologetiche, la teriaca è sempre stata esaltata come rimedio universale, ma il suo successo , tra i mille misteri della sua composizione e preparazione, esplose nel XVI secolo.

Per tutto il secolo nelle "spezierie" di Venezia, Bologna, Napoli e Roma venne preparata in grande quantità divenendo presto un'importante voce per l'economia delle città e specialmente per quella di Venezia che con le spezierie Tre Torri, Allo Struzzo e Testa d'oro, soddisfaceva le richieste provenienti da tutta l'Italia e dall'estero. La Teriaca veneziana sembrava essere la migliore di tutte.

Tutte le droghe semplici quali il Pepe lungo, il Phù (valeriana), l'Oppio, il Cinnamomo (cannella), lo Zaffrano (zafferano), la Mirrha, l'Opobalsamo (Balsamo orientale) il Vino (Malvasia) venivano scelti con grande cura dagli speziali veneziani favoriti anche dal fatto che la Serenissima , in quei tempi, era la capitale del commercio con l'oriente e questo permise facilità nell'approvvigionarsi e nell'usare droghe orientali la cui fragranza e rarità conferivano al preparato una qualità superiore.Anche la carne di vipera, sapientemente preparata, era speciale.Si utilizzavano le vipere dei Colli Euganei che dovevano essere catturate in un preciso periodo dell'anno e non dovevano essere di sesso maschile o gravide.

La preparazione della Teriaca, in Venezia, veniva fatta in pubblico assumendo quasi un tono di festa. Gli speziali operavano alla presenza dei "Ministri di Giustizia e de' Signori Dottori del Collegio de Periti dell'arte della Spezieria e l'ausilio di molti nobili apparati" e seguivano un rituale studiato nei minimi particolari.Chi operava mescolando e triturando era vestito con casacca bianca e pantaloni rossi al fine di mostrarsi meglio al pubblico che assisteva. Il periodo dell'anno dedicato all'evento cadeva nel mese di Maggio in quanto alcuni componenti raggiungevano, solo in quel tempo, il perfetto stato di impiego. Il rispetto degli influssi astrali aveva anch'esso un peso nella preparazione potendo donare, secondo le credenze del tempo, facoltà speciali al rimedio.

La preparazione pubblica fu inventata dagli speziali che, in tal modo, intendevano cautelarsi per il loro impegno economico. Il rituale prevedeva che le droghe venissero mostrate e fatte toccare al pubblico esaltandone la qualità e la genuinità. Gli speziali speravano così di convincere i potenziali utilizzatori a comperare,qualora ne avessero avuto necessità, quella specifica teriaca sottraendo, ai molti ciarlatani che preparavano e propagandavano teriache falsificate, composte da droghe adulterate e di poco costo, eventuali clienti .

L'arte preparatoria e la teriaca veneziana richiamarono maestri di spezieria da tutte le parti dell'Italia e di questo se ne ha testimonianza nella storia degli "spedali più famosi".

In un'antico documento amministrativo del monastero di Camaldoli si può leggere, in una nota, quanto fu speso dallo speziere per acquistare della triaca "in su la fiera di Vinegia" mentre in una ricetta del XVIII secolo, sempre conservata nella spezieria del monastero, si legge che la triaca usata dai monaci era preparata secondo la scuola veneta.

Tra la fine del XVI e l'inizio del XVII secolo anche l'Ospedale Maggiore di Milano inviò a Venezia, ad apprendere l'arte preparatoria della Teriaca , il suo maestro speziere G.B. Cucchi il quale divenne, poi, il primo a produrla e a diffonderla in Milano dando un discreto utile all'Ospedale5.

Lo speziale veneziano di nome Giorgio Melichio, conosciuto in tutta Europa e padrone della "Spetiaria allo Struzzo in Venezia" , nella sua opera "Avertimenti nella compositioni de' medicamenti per uso della spetiaria" (1595)6, nell'intento di insegnare ai propri colleghi l'arte del comporre i medicamenti, descrive la preparazione nel seguente modo:

"Dirò però quel tanto che noi usiamo farla nell'inclita Città di Vinegia, giardino e publica piaza di tutta Europa: ornata di così periti & esperti Spetiali che sono anni ratione al mondo.Dirò hora quel tanto che s'ha avertito nella Theriaca fatta da me in Vinegia il presente anno ordinatamente.Fur preparati tutti i simplici necessarij per la composizione così della Theriaca come del Mithridato e fattone scelta furno messi in bellissimi vasi e riposti in luoco publico & molto ornato per tre continui giorni ad effetto che sian spettaculo a tutti e che ciascun potesse volendo esaminare le predette cose: & al quarto giorno, convocati gli Eccellenti Priori, e Consiglieri così di Medici, come di spetiali, e fatto diligente esamina de gli ingredienti, furno con molta diligenza tolti a peso secondo la descrizione presente di modo che non si prendeva cosa se non co'l giusto peso non variando ponto di più o meno. Dopo si toglievano le cose a pestare grossamente e tutti si mettevano in un gran bacile così rotte e poi meschiate bene insieme si partivano in sei mortari & si davano a pestare perchè le cose umide s'unissero con le secche acciochè non s'attacassero nel mortaro se ben l'ontuosità della mirrha il facesse anco. Primo fur contusi li trochisci di vipere; imperochè quando son ben preparati è la loro sostanza simile alla colla del carniccio difficili a pestarli: poi si aggiungono il pepe longo e poco dopo la cassia, il cinamono e rotti si rimetton nel bacile. Poi si rompe pestando l'irios, il costo, la gentiana,l'aristologia, il centaurio,il pentasilon, il meo, il phu, il stecado, il squinanto & il spigo; quali rotti si mischiatano con gli altri nel bacile. Appresso si pestano li semi de i navoni, il pettosello,gli anisi, seseli, finocchio, thlaspi, ammi, dauco & l'amomo. Et rotte furo aggionte con l'altre; avertendo che per ciascun ordine di cose che si pestavano aggiungevano nel mortaro un poco di mirrha a tal che nel pestar le cose le spetie non s'attenessero al fondo del mortaro imperochè l'ontuosità della mirrha tiene unite le cose eshalabili. Dopo si pesta il scordio, dittamo, marrobio,calamento, polio, chamepiteo, folio & hiperico. La gomma e l'incenso si pestaranno in altro mortaro sole, acciò non s'attaccassero con l'altre spetie, come in altri con esperienza s'è visto. Li trochisci scillini, e gli hedicroi insieme soli sian pesti e uniti all'altre spetie. Le rose & zaffrano sian messe un poco al sole & dopo peste & gionte all'altre.

Il reupontico sia pesto & aggionte con l'altre. La terra lemnia si trita senza fatica,l'agarico sia fregato al tamiso & così si facci in polvere. Le gomme saran ben contuse & dopo vi si aggionga del vin malvatico & stiano per una notte infuse & e il dì sequente con debita portion di detto vino sian passate per il staccio,il simil parimenti si fara nel succo di liquiritia & e de l'hipocistis:l'acatia si triturarà con li semi cioè che sia messa con essi nel triturarli, percioche l'orientale è si secca & arida che facilmente si pestrarà con li semi.

La descrizione continua con l'elenco delle diverse triturazioni, setacciature e miscelazioni di altre preziose droghe previamente ridotte a polvere finissima, e si conclude con l'ammissione, dello stesso speziale, in merito alle sostituzioni, effettuate con succedanei, di alcuni componenti quali l'opobalsamo con l'olio di noci moscate, il carpobalsamo con le bacche di ginepro, l'amomo con l'amomo racemoso assicurando che nella teriaca da lui composta nell'anno 1573 non ha sostituito nessun altro vero ingrediente e spera di ritrovar, entro poco tempo e senza badar a spesa, quelle droghe che con diligente cura ha dovuto sostituire.

Il maestro speziere descrive poi la metodica di conservazione dell'antidoto e il suo relativo contenitore che dovrà essere un ....

"vaso vitreato, che sia capace, la quarta parte di più che non è l'antidoto & per ogni giorno vi si meschierà dentro & nei primi giorni dopo fatto si lassa scoperto il vaso per meza hora del giorno & dopo si tien serrato."

Le ultime righe sono per se stesso e per una considerazione relativa al costo del preparato:

Et perche nella compositione di cosi precioso antidoto ho compreso gran fatica & molto dispendio , non posso però se non molto star amirato , in che modo alcuni il vendono a vil prezzo e non posso giudicar altro che insieme con l'antidoto vendono ancora l'anima a Sathan."

Un capitolo particolare nell' illustrazione della preparazione viene dedicato ai Trocisci di vipera7 che venivano preparati con largo anticipo sulla data prefissata per la dimostrazione pubblica. Essi dovevano essiccare e fermentare al punto giusto per non rovinare l'antidoto. I trocisci venivano preparati con la carne della vipera ripulita delle interiora e privata di testa e coda. La vipera, bollita in acqua fresca di fonte, salata ed aromatizzata con dell'aneto,dopo essere stata scolata dal suo brodo, era impastata con del pane secco finemente triturato ed infine lavorata a mano in forme rotondeggianti ed essiccata all'ombra. Le vipere impiegate, come già accennato, non potevano essere catturate in qualsiasi periodo, ma in un periodo specifico cioè qualche settimana dopo il risveglio invernale e non, ad esempio, durante l'estate altrimenti l'antidoto, preparato con esse, avrebbe procurato troppa sete a chi ne avesse fatto uso. Anche le vipere prese prima di entrare in letargo non avevano quella giusta qualità per essere utilizzate in quanto troppo grasse e quindi non adeguate per la composizione dei trocisci. A poco a poco le vipere dei Colli Euganei furono sterminate tutte e, gli speziali veneziani, si trovarono costretti prima a rivolgersi a quelle dei Colli vicentini e veronesi, poi a quelle friulane ed infine a quelle di allevamento.

Come asserisce il medico chimico e filosofo napoletano Giuseppe Donzelli, nella sua opera "Teatro Farmaceutico Dogmatico e Spagirico"8 del 1763, la Teriaca fu preparata anche chimicamente. Il Donzelli descrive il metodo affermando che il preparato chimico è efficace quanto quello tradizionale poiché sono mantenuti, senza variazione, tutti i componenti e le loro rispettive dosi. Per la Teriaca Chimica si utilizzavano le parti essenziali estratte con acqua vite separandole da ogni materia fecciosa la cui funzione era solo quella di aumentare il volume del medicamento. Il costo del rimedio chimico era molto elevato e molti giudicarono che l'antidoto chimico non avrebbe potuto essere venduto facilmente.

La teriaca continuò ad essere preparata a Bologna fino al 1796, a Venezia presso la spezieria Testa d'Oro fino alla metà del 1800 e a Napoli fino al 19069.

 

La miracolosa ricetta della Teriaca di Andromaco

Varie sono state le ricette della Teriaca indicate da medici e speziali nei diversi tempi, ma quella che fu individuata essere la vera ed unica di Andromaco il Vecchio è quella descritta da Galeno il quale affidò al poeta Damocrate il compito di trascriverla in versi iambici10 per mantenere giusta la proporzione delle dosi di tutte le droghe semplici che vi entravano. Infatti in molte farmacopee del XVI e XVII secolo, la preparazione è riportata come Teriaca di Damocrate.

Bartolomeo Maranta11, illustre medico e chimico napoletano (1572) nella sua famosa opera dedicata alla Teriaca e al Mitridato "Della Theriaca et del Mithridato" afferma che molti sono "quegli speciali e medici che tolgono la ricetta da certi Barbari, appresso dei quali sono più gli errori che le parole" e soggiunge che la ricetta da lui riportata è quella che Andromaco il Vecchio somministrò più volte con successo a Nerone Imperatore e che Galeno tramandò con l'ausilio dei versi di Damocrate.

I sessanta componenti, tralasciando vino e miele, che in questo caso entrano nel rimedio come eccipienti, sono divisi in sei gruppi di cui: il primo composto da un elemento, il secondo da quattro, il terzo da otto, il quarto da sedici, il quinto da ventiquattro e il sesto da otto.

La divisione in sei gruppi e il numero dei semplici, che entravano in ogni gruppo, aveva una correlazione con il peso di ogni singola droga al fine di ottenere: per quattro gruppi il peso di una libra per ognuno, uno di mezza e uno della sesta parte della libra che, sommato alla mezza libra e al peso del vino e del miele, che andavano aggiunti, avrebbe formato un'altra libra. Tutto ciò per impedire errori e per assicurare a chiunque volesse preparare l'antidoto la libertà di comporla in quantità multipla o sottomultipla, rispetto al peso originale, senza dover incorrere in fastidiose pesate di frazioni di libbra.

Molte delle droghe vegetali, impiegate nella preparazione, nel mondo occidentale erano introvabili sia perché l'habitat delle specie richiedeva condizioni di crescita particolari, sia perché sconosciute. Ciò impose agli speziali la ricerca di succedanei che mantenessero il potere terapeutico originale.

La pratica della sostituzione era comune non solo per la preparazione della teriaca, ma in generale per tutti i rimedi che si preparavano. Essa era permessa solo nei casi di impossibilità assoluta di approvvigionamento e, assolutamente vietata, se lo scopo era solo quello di speculare sui costi. Il permesso indusse molti "spetiali speculatori" a mascherare, dietro l'impossibilità dell'approvvigionamento, le sostituzioni più strampalate dando vita a medicamenti che non avevano alcun effetto terapeutico. Ciò spinse i monaci speziari prima, e quelli secolari poi, a creare nelle immediate vicinanze delle loro "farmacie" o nelle Università, gli orti botanici o "orti dei semplici" dove venivano, con grande cura, coltivate le specie vegetali più difficilmente rintracciabili.

La realizzazione degli orti di coltivazione ridusse il dilagare della falsificazione delle droghe vegetali specialmente di quelle rare o di difficile reperibilità.

Ancora Bartolomeo Maranta12, nel capitolo VII della sua opera, denuncia l'uso improprio di droghe false fino al punto che se Andromaco .....

"fusse stato vivo, ricontrandola non l'harebbe riconosciuta" e " harebbe potuto far venire in giudicio, querelandoli d'ingiuria e falsità coloro che l'havesse voluta far parer sua".

Bartolomeo Maranta dichiara che al tempo di Galeno non veniva usato alcun succedaneo " ma tutti erano i veri" e con ciò esorta "gli Speciali a' quali per la maggior parte è commessa la sanità humana" a fornirsi, prima di accingersi a preparare la Teriaca, di tutti i "semplici" che sarà possibile avere e non solo di quelli che in Italia non è possibile avere, ma anche di quelli che in Italia si possono ottenere, "ma si possano di fuori haver migliori".

Un'idea di quanto fosse diffusa la sostituzione dei semplici nella Teriaca la si ritrova anche nell'antidotario, dello "spetiale parmigiano" Girolamo Calestani, "Delle osservationi" (1584) nel quale si riportano i tentativi di molti notabili medici e speziari che cercarono di comporre la Teriaca sostituendo alcune delle droghe con altre maggiormente reperibili o di minor costo. Alla sostituzione non sfuggirono nemmeno i trocisci di vipera che avevano come succedaneo la tormentilla una pianta che ridotta in polvere e mescolata con piretro e allume veniva indicata per togliere il tormento del mal di denti.

 

Virtù ed impieghi della teriaca

In una apologia alla Teriaca, scritta tra il 1595 e il 1605, il medico e filosofo Orazio Guarguanti da Soncino nell'indirizzare all'illustrissimo e reverendissimo Ludovico Taverna Vescovo di Lodi e Nunzio apostolico presso la Serenissima Signoria di Venezia, scrive che l'uso del mirabile rimedio è divenuto fondamentale per difendere la sanità degli esseri umani da infinite malattie e non è più solo quello per il morso dei serpenti o più in generale contro i veleni come pensava Galeno.

Il medico conferma che il rimedio è talmente mirabile che oltre a conservare la sanità rende la vita più tranquilla e la prolunga ringiovanendo tutti i sensi ed è per questo che i gran personaggi e i Romani Imperatori avevano come usanza ad ogni far di Luna prenderne due scropoli13 in un cucchiaio di miele con due bicchieri d'acqua.

Così la Teriaca diventa il rimedio che combatte i veleni creati nell'organismo umano dalle malattie più disparate e viene indicata per combattere la tosse vecchia e nuova, per i dolori di petto (angina), per le infiammazioni dello stomaco e i dolori colici, per le febbri maligne causate dalla putredine del rene, per rafforzare la difesa del cuore e i suoi spiriti, per difendere il corpo da qualsiasi veleno e dai morsi delle vipere e dei cani, per ridonare vigore ai corpi corrotti da cagioni occulte, per ridonare l'appetito perduto, per sanare le emicranie antiche, per curare le vertigini e le difficoltà dell'udire, per svegliare gli appetiti venerei, per frenare le pazzie dei frenetici inducendo il sonno, per favorire l'evacuazione dei vermi e specialmente di quelli larghi ed infine per preservare il corpo dall'infezioni quali quelle della lebbra e della peste.

Alcune testimonianze, fra cui quella di Aristotele nel Libro del Cielo, assicurano che tutti coloro che facevano uso di Teriaca non morivano mai di peste poiché il rimedio agiva sul veleno indebolendolo e, in tal senso, riusciva a difendere il corpo umano infetto dal dilagare dell'infezione. L'efficacia dell'antidoto non era solo imputabile alla sua portentosa formula, ma dipendeva anche dal grado della sua maturazione. In un recente passato, la tecnologia farmaceutica ricorreva spesso, soprattutto per gli sciroppi, al periodo di maturazione che consisteva in un periodo in cui si lasciava a riposo il preparato affinché acquisisse tutte le proprietà. Per la teriaca valeva la stessa cosa. La bontà dell'antidoto si misurava con gli anni di maturazione e il massimo del vigore lo si raggiungeva dopo il sesto e fino al trentaseiesimo anno. Infatti prima dei sei anni il prodotto non veniva considerato fermentato a dovere e "le cose che lo compongono non hanno la efficacissima virtù".

La Teriaca veniva somministrata in vari modi e quantità e tutto dipendeva dal tipo di male che "cagionava il corpo". Il vino miscelato con del miele si usava molto nella cura delle febbri maligne, mentre l'acqua "cotta o stillata" poteva essere veicolo per la somministrazione nei casi in cui l'antidoto veniva preso come corroborante. Una condizione necessaria per avere il massimo beneficio dal preparato teriacale consisteva nel purgare benissimo il corpo prima della cura perché chiunque avesse avuto l'ardire di dare il medicamento senza che "il corpo fosse in stato di libertà" avrebbe peggiorato la situazione del malato. Il medico Guarguanti racconta che un uomo infermo per la febbre quartana, pur non essendo stato purgato, fu trattato con Teriaca che fece crescere tutte le febbri finché l'uomo morì per aver mal usato l'antidoto.

"Bisogna pertanto che i Medici habbiano giudicio tale che sappiano conoscere tutte quelle cose che si ricercano a somministrar bene i rimedi: ma che conoscano principalmente l'occasione cioè il tempo d'operare".

Conosciute le virtù della Teriaca rimane da descrivere il "dritto modo di adoperarla" e per questo si considerava l'età dell'infermo e il suo grado di debilitazione. Le quantità variavano da una dramma a mezza dramma14 presa con acque e decotti proporzionati al tipo di male.

Nei casi particolari si indicava di prenderla avvoltolata in una foglia d'oro seguita da una quantità moderata di vino aromatico bianco o rosso. Il vino aveva un suo specifico ruolo perché a secondo della sua virtù poteva o meno spargere prontamente il rimedio per tutto il corpo rendendo l'azione terapeutica più pronta ed efficace. L'oro, secondo antiche convinzioni, invece era considerato un rafforzativo. Anche le stagioni dell'anno venivano tenute in considerazione per i trattamenti con la Teriaca e l'inverno era il periodo più idoneo seguito dall'autunno, dalla primavera e per ultima l'estate. Durante l'estate la somministrazione di Teriaca doveva essere giustificata da una situazione particolarmente grave altrimenti doveva essere evitata

"perché la Theriaca suol disseccar tutto l'habito del corpo, riscaldarlo & vincerlo.Et perciò la state che fà questi medesimi effetti & vince anch'ella & dissecca tutto l'habito del corpo fa che tutta la virtù facilissimamente si dissolve & tutto il corpo ricercato per tutto dalla troppa forza s'infiamma: onde s'ha da temer di usarla".

 

Descrizione di alcuni componenti della Teriaca di Andromaco15

Prima di affrontare l'esame di alcune delle droghe semplici componenti la Teriaca occorre ricordare che l'arte dello speziere prevedeva una conoscenza dei tempi di raccolta delle droghe vegetali che avrebbero poi costituito le materie prime per la preparazione galenica. Così ogni droga era utilizzata solo se raccolta nel periodo vegetativo opportuno in quanto vigore e virtù sarebbero stati difettosi se la parte della pianta da impiegare non avesse raggiunto il giusto grado di maturazione. Radici, foglie, fiori, gomme e succhi dovevano essere quindi perfetti e freschi per essere trasformate dallo speziere. Ogni componente veniva accuratamente scelto, diviso secondo "misura e sostanza" lavato con grandi quantità di acqua di fonte, attinta di fresco, allontanando ogni traccia di terra o altre impurezze poi si stendeva all'ombra in ambienti ben aereati e lasciato seccare per il tempo opportuno. Le parti molli, gomme e succhi, venivano filtrate per eliminare le parti fecciose e per renderle più omogenee nel colore e nel sapore.

Per la preparazione della Teriaca lo speziere preparava in tempi diversi alcuni dei componenti come ad esempio i trocisci di scilla, quelli viperini e quelli edicroi al fine di averli pronti per le operazioni finali.

I trocisci avevano la funzione di mantenere inalterate le proprietà dei principi attivi che li costituivano così quelli viperini erano formati dall'impasto della carne della vipera bollita, impastata con pane grattuggiato, quelli di scilla dalla droga vegetale impastata con farina d' Orobo16 e quelli edicroi da svariate droghe impastate. Tutti gli impasti venivano divisi in piccole porzioni e modellati come sfere, quadrati o triangoli.

La pianta della Scilla veniva raccolta nelle campagne vicino al mare tra Piperno e Terracina, ma anche importata dalla Spagna e la parte usata in farmacia era il bulbo. Per la sua assomiglianza con la cipolla, veniva anche chiamata Cipolla marina.

Le sue virtù terapeutiche riguardavano i dolori del corpo, la tosse cronicizzata, i vomiti e il trabocco di fiele. In realtà oggi sappiamo che il principio attivo è un cardiotonico e diuretico con attività farmacologica simile a quella della digitale pur non dando gli effetti indesiderati dell'accumulo.

I trocisci Edicroi erano formati da una mescolanza di molte droghe come, l'amaraco (Origanum majorana), l'aspalato (un legno odoroso nativo dell'isola di Rodi), il calamo (Acorus verus), il costo vero (Menta romana), il phu pontico (valeriana), il cinnamomo (cannella), l'erba Maro (origano vulgaris).Essi non avevano un preciso impiego terapeutico ma solo la funzione di aromatizzare il preparato. La maggior parte dei costituenti dei trocisci edicroi sono ancora oggi impiegati nell'erboristeria e in cucina come aromatizzanti.

Altri costituenti che hanno alimentato discussioni tra medici, spezieri e chimici, soprattutto per quanto concerne l'efficacia terapeutica, la qualità e la loro reperibilità sono l'Oppio, e l'Opobalsamo.

L'Oppio usato nella teriaca proveniva per la maggior parte da Tebe in quanto la qualità era di granlunga superiore a quella dell'oppio turco. L'oppio Tebaico differiva da quello turco per la purezza esso era "denso,grave, amaro al gusto, sonnifero nell'odorarlo, agevole da risolversi con l'acqua, bianco e liscio" mentre quello turco era "aspro, negro, granelloso, meschiato di frondi e altre brutture". La lavorazione del "sugo di papavero" in Egitto era già conosciuta molti secoli prima della nascita di Cristo e il prodotto di tale lavorazione era usato per lenire i mali più atroci.

In Turchia l'uso e la lavorazione dell'oppio cominciò molto tempo dopo e non fu mai perfezionata oltre lo stato di "meconio", cioè di quel succo che si otteneva dalla cottura in acqua e successiva concentrazione del fiore e delle foglie del papavero

"cum capita & folia decoquuntur succus meconium nuncupatur multum oppio ignavior" (Plinio).

L'oppio in Turchia era in uso fra i soldati che, "prima di operazioni pericolose di guerra", ne masticavano discrete quantità.

In occidente l'Oppio venne utilizzato in molte ricette di rimedi anodini e i suoi effetti furono osservati da illustri medici e spezieri come Paracelso, Osvaldo Crollio, e altri, ma la ricetta più riuscita fu quella del Nepentes o Laudano oppiato inventata dal Quercetano.Con il medesimo nome Omero descrisse il rimedio che Elena dava a Telemaco "per scacciare le passioni interne e indurre susseguentemente allegrezza giubilo e quiete nell'animo".

Un altro grande mistero della ricetta della Teriaca è l'opobalsamo (xilobalsamo, carpobalsamo). L'opobalsamo o Balsamo orientale fu descritto come virtuoso e sublime ingrediente dai più importanti semplicisti come Dioscoride, Plinio e Prospero Alpino17. Intorno a questo prezioso elemento si svilupparono fantasie e leggende senza mai definire veramente quale dei balsami naturali o artificiali fosse realmente l'opobalsamo.

Molti credettero che la droga fosse costituita dalla gomma raccolta, per incisione della corteccia, dalla pianta del balsamo, altri il prodotto che si otteneva per decozione dei ramoscelli di una pianta che nasce e cresce in Perù (Balsamo del Perù).

L'opobalsamo usato nella ricetta della Teriaca ha derivazione orientale come affermano Bartolomeo Maranta e Giuseppe Donzelli che, nelle loro rispettive opere, si dilungano molto con particolareggiate notizie storiche sull'origine dell'ingrediente.

In origine si pensava che la pianta del balsamo crescesse solo in Giudea nella Valle di Gerico dove il terreno permetteva alla specie di diffondersi "prosperando in selve" e che quello egiziano fosse stato invece il frutto del trapianto di alcune di queste piante trasferite in Egitto da Marc'Antonio su ordine di Cleopatra. Anche in Egitto la pianta del balsamo ebbe una crescita ottimale e se ne produceva talmente tanto che bastava a tener acceso perennemente una lampada posta di fronte "all'Altare dei Gloriosi Sagrofanti Principi degli Apostoli in Roma e di più nel Battistero Lateranense dove bruciava in un braciere d'oro per ordine del Gran Costantino". Egizi, Giudei e Siriani usavano il balsamo per conservare i corpi dei Re imbalsamando i loro cadaveri con una miscela di balsamo, Mirra, aloe e croco18. Nella Chiesa Cattolica Romana l'uso del balsamo era limitato alla mescolanza con "l'Oglio Cresimale".

Giorgio Melichio afferma che l'opobalsamo, essendo molto raro e prezioso, veniva spesso falsificato e che già al tempo di Andromaco l'ingrediente era difficilmente trovabile e veniva sostituito con olio di noce moscata che assomigliava molto per odore e sapore.

L'opobalsamo aveva spiccate proprietà terapeutiche ed era impiegato anche come singolo semplice in molti alessifarmaci19.

Lo xilobalsamo e il carpobalsamo erano rispettivamente il legno dellla pianta del balsamo e il frutto della medesima pianta.

 

Theriaca Andromachi20

Recipe.

Trochiscorum scilliticorum

Viperinorum

Hedichroi

Radicum gentianae

Acori veri

Meu athamantici

Valerianae

Nardi celtica

Piperis longi

Chamaepythios

Opii

Coma Hyperici

Iridis florentia

Seminum ameos

Thlaspeos

Anisi

Seseleos massiliensis

Cardamomi minoris

Rosarum rubrarum

Malabathri

Succi glycyrrhisa

Comae polii montani

Seminis buniados (Semi Napo dolce)

Chamoedryos

Scordii

Carpobalsami

Opobalzami vel succedanei olei nucis moschatae

Succi hypocistidis

Acacia vera

Cinnamomi

Gummi arabici

Agarici

Styracis calamitae

Nardi indicae

Terra lemniae

Dictamni cretici

Chacitidis veri

Radici pentaphylli

Zingiberis

Costi

Rhapontici

Sagapeni

Prassi albi

Radicis aristolochia tenuis

Stoechadis arabica

Comae centaurii minoris

Schananthi

Seminis dauci cretici

Seminis petroselini macedonici

Opopanacis

Calamintae montana

Galbani puri

Cassia lignea

Bituminis judaici

Croci

Castorei

Piperis albi

nigri

Mellis optimi despumati & cocti

Myrrha trogloditicae

Vini generosi

Olibani

 

Terebinthina chiae

 

Amomi racemosi

 

Fiat antidotum

 

Altri elettuari teriacali

La Teriaca di Andromaco non fu l'unica nella storia della spezieria, ma certamente la più complessa da preparare. Il Quercetano elenca, nel Cap.XXIII della sua Farmacopea Riformata (1655), sei Teriache che nei tempi più antichi venivano preparate dai più grandi medici e spezieri sia arabi che latini e fra queste cita quella di Oribasio, di Democrato, di Esdra, di Diatessaron, di Peonia, di Terra sigillata. Egli stesso inventò la teriaca dei poveri che possedeva un numero di ingredienti di molto inferiore a quella originale e soprattutto non conteneva la carne di vipera.

L'impulso che portò gli spezieri a ricercare nuove ricette per l'elettuario principe fu la convinzione che l'assemblaggio di un grande numero di semplici non poteva donare virtù specifiche per più malattie, ma addirittura affievolire l'azione benefica dei componenti "togliendosi spazio l'uno con l'altro". Nicolo Lemery chimico e farmacopeo del re di Francia Luigi XIV nella sua "Pharmacopée Universelle" del 1698 riporta una ricetta di Teriaca riformata ove appare un numero di semplici ampiamente ridotto e alcuni componenti completamente eliminati (Trocisci Hedicroi). Il chimico afferma che la teriaca così preparata ha le medesime virtù dell'originale ed agisce con maggior forza.

Accanto cita la Teriaca di Diatessaron che conferma essere la teriaca dei poveri. La parola diatessaron significa composto di quattro dragme volendo sottolineare che si faceva in poco tempo cioè estemporaneamente.

In diverse farmacopee fra le teriache viene anche citato un antidoto chiamato Orvietano considerato un potente rimedio contro la peste, le febbri maligne e acute, il morso delle bestie velenose, le petecchie del vaiolo e del morbillo. Il nome di orvietano sembra che derivi dal suo inventore che proveniva da Orvieto.

Gio Battista Capello, speziale all'insegna de' Tre Monti in Campo S.Apollinare a Venezia, nel suo Lessico Farmaceutico-chimico (1751), riporta una ricetta di Orvietano chiamato di Charas e asserisce che l'antidoto non ha proprietà vomitive come quello propagandato dai ciarlatani e "gente di tal sorta", ma che si deve considerare "per lo vero e famoso Orvietano". I ciarlatani asserivano che i veleni dovevano essere allontanati dal corpo mediante il vomito così ai loro rimedi aggiungevano colcotar di vetriolo (solfato di ferro) o vetro di antimonio (ossisolfuro di antimonio) le cui proprietà vomitive erano note.

L'ultimo contravveleno da citare fra gli elettuari teriacali rimane il Mitridato usato dal grande Re Mitridate VI Eupatore. La ricetta dell'antidoto, secondo Bartolomeo Maranta, è quella trascritta, in versi iambici, da Damocrate, e le preparazioni effettuate nelle spezierie di Napoli comprendevano in numero e quantità gli ingredienti riportati nel poema.

In realtà la preparazione del Mitridato ha sempre subito un'ampia variazione e l'antidoto non era mai composto con i medesimi ingredienti e nelle medesime proporzioni.

Questa variabilità fu la "deplorabile disgrazia" dell'antidoto che aveva per migliaia di volte permesso al Re del Ponto di sperimentarne le "maraviglie".

Secondo Galeno il Mitridato era più efficace della Teriaca.

Fig. 1

Fig. 2

Fig. 3

Fig.4

 

Note:

1Gli elettuari erano quei preparati in cui venivano miscelate, con l'ausilio di zucchero, miele, vino, frutta ridotta in polpa o di altre materie aromatiche come gomme (resine), sciroppi e succhi, spezie elette preventivamente ridotte in polvere finissima.

2Girolamo Calestani Delle Osservazioni pag.84-85 Venezia nel 1584 presso Francesco de' Franceschi Senese

3op.cit.

4Avicenna è il nome latinizzato del medico filosofo e scienziato di nome Abu Ali al Husayn ibn Abdallah Ibn Sina nato a Afshana nei pressi di Bukhara Turkestan nel 980 d.c. e morto nel 1073 ad Hamadan in Persia.

5Giacomo G.Bascapé La "Spezieria" dell'Ospedale Maggiore di Milano Ed.Cavalleri Como

6Giorgio Melichio "Avertimenti nella compositioni de' medicamenti per uso della spetiaria" 1595 edita presso Giacomo Vincenti Venezia

7I trocisci erano preparazioni farmaceutiche che si ottenevano per impasto delle droghe ridotte in polvere con liquidi zuccherini e poi essiccate all'ombra. La loro forma poteva essere sferica, triangolare o quadrata. I trocisci possono essere considerati le compresse di oggi.

8Giuseppe Donzelli Teatro Farmaceutico Dogmatico e Spagirico Ed.1763 Venezia Stamperia Remondini

9Pharmacy throught the ages -From the beginnings to modern times Farmitalia Carlo Erba

10Strofa usata nella poesia greca e latina in genere formata da quattro o cinque endecassillabi

11Bartolomeo Maranta Della Theriaca et del Mithridato Venezia 1572 editore Marcantonio Olmo

12op.cit.

13Misura di peso equivalente a circa 1,25 grammi .Queste misure variavano da città a città e da stato a stato

14Unità di misura medica equivalente a grammi quattro

15Nuova Farmacopea Universale Robert James prima edizione Veneta 1758 Nicolo Pezzana; Teatro Farmaceutico Dogmatico e Spagirico Giuseppe Donzelli Ed.1763 Venezia Stamperia Remondini; Dizionario overo Trattato universale delle Droghe Semplici Niccolo Lemery 1737 Stamperia Hertz

16Orobus sylvaticus verus nasce nei boschi e nei prati ed entrava nell'alimentazione animale (buoi) come ingrassante. La parte utilizzata nelle preparazioni di farmacia erano i semi.

17Console Veneto che dimorò per nove anni al Cairo e che imparò dai medici ebrei e arabi a raccogliere sia l'opobalsamo che il carpobalsamo e lo xilobalsamo

18Crocus verus sativus autumnalis o Zafferano

19Gli alessifarmaci erano preparati farmaceutici con proprietà cordiali da usarsi per combattere gli umori maligni rilasciati ad esempio nelle morsicature delle bestie velenose

20Pharmacopee Universelle Nicolas Lemery 1698 Paris ed.Laurent D'Houry

 

(*) Marcello Fumagalli, laureato in Chimica Pura all'Università di Pavia, è Direttore di ACFIS Associazione Nazionale dei produttori di CHIMICA FINE & SPECIALITA' e Direttore di ASCHIMFARMA Associazione Nazionale dei produttori di principi attivi ed intermedi per uso farmaceutico umano.