L’Orvietano, una Panacea Popolare e Controversa

Patrizia Catellani e Renzo Console

 

Questo articolo è basato su un libro recente degli stessi autori [16]: L’Orvietano, Accademia Nazionale di Scienze, Lettere e Arti di Modena (info@accademiasla-mo.it), 2004. La ricerca riassunta qui è sviluppata in dettaglio e documentata nel libro, del quale un numero limitato di copie è disponibile presso gli autori all’indirizzo patcat@interview.it rimborsando soltanto le spese postali.

 

Introduzione Storica

 

Orvietano, Mitridato e Teriaca: un Confronto Introduttivo

L’antidoto orvietano ebbe una vita certamente più breve ma non meno interessante dei due farmaci più famosi della storia: il mitridato e la teriaca.

Mentre questi due ebbero origine nell’antichità classica e furono prescritti, richiesti ed usati per quasi duemila anni, ovvero fino a metà dell’Ottocento, l’orvietano fu introdotto negli usi solo verso la fine del sedicesimo secolo, e dunque ben più recentemente, ed era già in disuso nell’Ottocento quando invece la teriaca ed il mitridato non avevano ancora perso completamente di smalto (Fig. 1).

Mentre il mitridato e la teriaca furono tramandati nei secoli nei trattati di materia medica, l’orvietano, inizialmente, venne diffuso, con una formula segreta e con successo, da “ciarlatani” e solo successivamente e per breve tempo entrò nelle farmacopee. I ciarlatani, o venditori itineranti, diffusero l’orvietano non solo nelle piazze, in occasione di fiere e mercati, ma anche e soprattutto nei salotti bene di Parigi e di Roma facendolo diventare un fenomeno di costume.

Al contrario della teriaca e del mitridato, rimedi ben accettati dalla medicina dotta e sulla cui efficacia non c’erano discussioni, l’orvietano fu fondamentalmente un rimedio popolare. Venne accreditato dalla classe medica solo per un secolo e sempre e comunque a denti stretti. I suoi venditori, anche se osteggiati dalla professione medica e farmaceutica ufficiale, godettero in ogni caso a lungo della protezione dei potenti, di Papi e monarchi.

Benché all’orvietano fossero attribuite le stesse virtù di quelle dei due suoi illustri precursori, teriaca e mitridato che spesso ne facevano anche parte, la sua storia è molto più complessa, controversa e anche pittoresca. Insomma, a differenza della teriaca e del mitridato accettati tanto dalla medicina popolare quanto dalla dotta, l’orvietano diede vita a discordie e gelosie; le produsse in campo medico, politico ed anche tra i venditori ed i membri della professione farmaceutica ufficiale, ossia tra i ciarlatani e gli speziali in Italia e gli apothicaires in Francia.

Generò anche entusiasmi spesso sproporzionati e certamente non basati su argomenti scientifici, e creò confusioni. Proprio da queste confusioni ed inconguenze parte e si sviluppa la presente ricerca: (1) sulle attività dei “ciarlatani”, (2) sull’accettazione riluttante e graduale dell’orvietano nei trattati e nelle farmacopee, e (3) su questo antidoto visto attraverso la letteratura non medica.

Cosa Era l’Orvietano ?

L’orvietano era un “elettuario”, cioè un medicamento composto comprendente ingredienti “eletti” ossia “scelti”, e poteva essere prodotto in forma più solida o più fluida secondo il grado di “cottura” degli ingredienti stessi e la proporzione tra le polveri e gli eccipienti.

Era ritenuto efficace come antidoto universale contro tutti i veleni, sia in forma preventiva quando si temeva la possibilità di un avvelemento, sia dopo che il veleno era entrato o si era sviluppato nell’organismo del paziente.

Era raccomandato per i veleni somministrati a scopo criminale o quelli ingeriti accidentalmente, come nel caso di funghi velenosi. Serviva anche contro i morsi e le punture di animali velenosi (serpenti, scorpioni) o rabbiosi (cani idrofobi); e infine anche nelle malattie “velenose”, cioè quelle che avevano l’effetto di produrre sostanze tossiche nel malato, come le febbri “pestilenziali” o “putride”.

L’orvietano, quando era sotto forma di polvere, era confezionato e venduto in scatole generalmente di piombo di dimensioni varie, avvolte da un volantino che ne illustrava le proprietà ed i dosaggi corretti (Fig. 2).

Nel corso della presente ricerca gli autori hanno esaminato 35 ricette diverse, che hanno un totale di 186 ingredienti differenti (ma mai nella stessa ricetta, naturalmente). Di questi 147 sono vegetali semplici, 16 sono sostanze semplici di origine animale o minerale, e 23 sono preparati composti ed eccipienti.

L’Origine e Diffusione del Rimedio

Non si può escludere che l’orvietano abbia un’origine più antica; tuttavia la letteratura riporta che il medicamento sia stato inventato e prodotto inizialmente a Orvieto verso la fine del sedicesimo secolo da un certo messer Lupi, oppure da Girolamo Ferrante o Ferranti, e che poi si sia diffuso in varie parti d’Italia e d’Europa grazie principalmente all’intraprendenza della famiglia Contugi, che riuscì a farsi garantire da varie autorità il monopolio della preparazione e della vendita del rimedio.

Oltre ai riferimenti suddetti c’è anche una leggenda interessante sull’origine dell’orvietano riportata dal medico empirico Pierre-Martin de La Martinière in un piccolo libro del 1665 intitolato Traitté des Compositions du Mitridat, du Theriaque, de l’Orvietan, & des Confections d’Alkermes & d’Hyacinte, & Autres Compositions Antidotoires [7].

L’origine remota è fatta risalire a un pastore che pascolava i suoi montoni nei dintorni di Orvieto. Gliene furono uccisi molti da serpenti velenosi. Un giorno osservò che una delle sue pecore, essendo stata morsa e gonfiandosi, corse prontamente al bordo di uno stagno dove c’era una certa pianta, che mangiò, e si sgonfiò. Allora il pastore diede da mangiare quella pianta ai montoni, e non ne morì più nessuno. Con la stessa erba salvò dalla peste gli abitanti di Orvieto durante un’epidemia; poi salvò anche i veneziani e i napoletani; e infine svelò il segreto della pianta solo a un medico di Roma.

Poi nel resoconto di La Martinière compaiono personaggi probabilmente reali, alcuni dei quali identificabili con certezza. Parafrasiamo il suo racconto lasciando però i nomi nella grafia adottata da lui e mettendo qualche nostra precisazione tra parentesi quadre.

Nel 1560, al tempo del Papa Paolo IV [che però in realtà era morto nel 1559], c’era a Roma un cardinale nativo di Piacenza, chiamato Deodaté, che fu salvato da una grave malattia dal suo speziale Martin Guerche, nato a Ferrara ma residente a Roma. Poi Guerche salvò anche un’altra “persona di qualità” e divenne ricco e famoso. Chiamò la sua composizione “antitano”, che [secondo La Martinière] vuol dire “antidoto del tempo”.

Guerche aveva nella sua bottega due apprendisti speziali nati a Orvieto: uno si chiamava Gregoire e l’altro Orassio Tavanty. Dopo la morte del maestro i due continuarono a vendere il rimedio. Avevano un apprendista chiamato Hierosme Ferenty [Girolamo Ferranti] al quale rivelarono il segreto. Dopo la loro morte, Ferenty tenne la boutique ed ebbe due apprendisti chiamati Desiderio des Combes, francese, e Iean Vitrario, italiano. Ferenty insegnò a loro il segreto. Descombes portò il segreto in Francia nel 1608 [ma da altre fonti sembra accertato che vi andò nel 1620]; Vitrario rimase a Roma, e avendo sposata la cameriera del suo maestro [o piuttosto la sua vedova Clarissa] ebbe una figlia chiamata Claire; e quella poi fu data in sposa a un certo Christophe Contugy [ma in effetti era ancora Clarissa, vedova per la seconda volta], il quale ebbe così quel segreto che Ferenty aveva chiamato “antitano”, e lo chiamò “orvietano” in memoria di quelli che glielo avevano insegnato, che erano di Orvieto. Contugy distribuì quel medicamento grazie alla reputazione del suocero; e poi, trasferitosi in Francia e arrivato a Parigi, il personaggio di Spacamont che interpretava nel suo teatro gli diede parecchia fama e gli fece anche ottenere un privilegio di unico orvietano in Francia.

Le altre fonti di cui attualmente disponiamo documentano un grande successo popolare dell’orvietano a partire dall’inizio del diciassettesimo secolo specialmente negli stati della Chiesa e in Francia.

La formula del preparato destinato alla vendita veniva tenuta segreta, ma se ciò da un lato gratificava i titolari del monopolio... dall’altro facilitava le falsificazioni, perché molti impostori cominciarono e continuarono a spacciarne versioni fasulle, attirando al tempo stesso le ire tanto dei medici e farmacisti quanto dei Contugi titolari dei privilegi di vendita.

Dapprima i medici e i farmacisti cercarono di contrastare la diffusione di quel medicamento accusando i venditori di essere impostori e di fornire ad alto prezzo un preparato di nessun valore (che erodeva pericolosamente i loro guadagni), insistendo contemporaneamente nel contrapporgli gli equivalenti “rispettabili” ufficiali: la teriaca e il mitridato.

Poi, più tardi, mentre la facoltà medica continuava nel respingere l’orvietano, i farmacisti o speziali ne inventarono (o copiarono?) le formule e le presentarono come genuine, denunciando contemporaneamente come impostore chiunque avesse a che fare con quell’antidoto e non usasse i loro metodi elaborati per prepararlo.

Giunsero persino ad organizzare cerimonie di preparazioni pubbliche dell’orvietano in forma solenne alla presenza dei magistrati e della Facoltà medica, alla stregua di quelle per la preparazione della teriaca. Una di queste cerimonie ebbe luogo a Parigi nel 1731. Per reazione i detentori dei privilegi di vendita si fecero una pubblicità ancora più clamorosa.

Il Termine “Orvietano” e i Suoi Diversi Significati

Può sembrare singolare che il nome di un medicinale prodotto e venduto da ciarlatani vari secoli fa sia entrato nella lingua comune, nelle opere letterarie, nella corrispondenza di persone famose, nei pamphlet satirici, nei volantini pubblicitari, nei decreti delle massime autorità, nei giudizi dei tribunali, in trattati di economia, nelle farmacopee e nelle enciclopedie mediche... e che appaia ancora oggi nei dizionari della lingua corrente. Eppure questo è vero nel caso del termine “orvietano”.

Verso la metà del diciassettesimo secolo “orvietano” indicava due cose diverse, anzi una cosa e una persona. Era il medicinale propagandato e venduto come panacea universale e come antidoto per tutti i veleni, ma era anche, con la “O” maiuscola, il nome col quale Cristoforo Contugi, detentore della formula segreta e del privilegio di vendita esclusiva, amava farsi chiamare ed essere conosciuto; e più particolarmente, sia lui che più tardi il suo nipote e successore Jean-Louis, si definirono “l’orvietano di Roma”, facendosi letteralmente identificare col loro prodotto. Proprio così Cristoforo fu chiamato, ad esempio, nelle canzonette e nei libretti satirici anonimi denominati “mazarinades”; e allo stesso modo è nominato perfino in documenti ufficiali di Luigi XIV come le “lettres patentes”.

Il grande favore che l’orvietano acquisì presso l’alta società rese il termine di uso corrente. Gli scrittori se ne servirono per simboleggiare la ciarlataneria, l’avidità e la teatralità in generale, anche applicate a situazioni non legate affatto alla vendita di quell’antidoto; e in questo modo il termine “venditore d’orvietano” ha acquistato un significato proverbiale.

Gli autori di farmacopee convenzionali, in particolare, non inclusero e non accettarono subito l’orvietano e le sue virtù eccezionali nei loro codici. Cominciarono solo intorno al 1655 in Germania, al 1667 in Italia, al 1674 in Francia e al 1678 in Inghilterra a usare la parola in un senso rispettabile (inizialmente con una certa riluttanza).

Nello stesso periodo, la gran moda dell’orvietano presso le classi elevate fu usata come spunto da umoristi e scrittori satirici, per attaccare le messinscene dei saltimbanchi e ciarlatani venditori dell’antidoto e anche la credulità dei loro clienti. Colpendo queste rappresentazioni, in realtà, la satira colpiva ‑ velatamente ‑ i protettori dei ciarlatani, ossia le autorità e gli ecclesiastici. I venditori dell’orvietano divennero per questo il simbolo dell’ipocrisia e avidità dei politici e del clero.

Gli Studi Storici Precedenti

Verso la fine del diciannovesimo secolo, due ricercatori francesi, il farmacista e direttore dell’École de Pharmacie de Paris Gustave Planchon (1833-1900) e il dottor Claude-Stephen Le Paulmier (1828-1903) fecero contemporaneamente e, pare, indipendentemente una ricerca accurata sull’orvietano negli archivi e nelle biblioteche francesi, coprendo la stessa materia e ottenendo risultati molto simili.

Il primo scrisse un saggio intitolato Notes sur l’Histoire de l’Orviétan, pubblicato in cinque parti sul Journal de Pharmacie et de Chimie tra l’agosto e l’ottobre del 1892 [13].

Il secondo produsse un libro intero intitolato L’Orviétan, Histoire d’une Famille de Charlatans du Pont-Neuf aux XVIIe et XVIIIe Siècles, pubblicato nel 1893 ma, secondo l’autore, già pronto per la stampa prima della pubblicazione del lavoro dell’altro studioso [14] (Fig. 3).

Prima degli studi di Planchon e di Le Paulmier, una ricerca approfondita legata a questo argomento era stata fatta solo da Auguste Jal, che aveva incluso una voce importante su Cristoforo Contugi nel suo Dictionnaire Critique de Biographie et d’Histoire, pubblicato nel 1872 [12]. La seconda edizione di quel dizionario fu usata come fonte da entrambi gli autori suddetti.

Nel 1910 il dottor Augustin Cabanès (1862-1928), farmacista, medico e scrittore erudito, dedicò un capitolo interessante del suo libro Remèdes d’Autrefois [15] all’orvietano, ma a parte un po’ di differenza nello stile e qualche commento personale, tutta la materia proviene dallo studio di Le Paulmier. Cabanès gliene dà credito alcune volte, ma non sempre.

 

L’Orvietano nelle Attività dei Ciarlatani

 

La presente sezione illustra brevemente in ordine cronologico la vita, l’attività e la personalità di alcuni venditori di orvietano. Cerca anche di chiarire i modi, i tempi ed i perché dei loro tentativi di farsi pubblicità, di ottenere privilegi dalle autorità civili e di farsi accettare ‑ spesso senza successo ‑ dalla professione medica.

Si noterà che molti di questi “ciarlatani” erano italiani, o di origine italiana, o almeno pretendevano di esserlo, anche se operavano principalmente in Francia (Figg. 4, 5).

Messer Lupi di Orvieto

Di messer Lupi di Orvieto finora non sono emerse notizie storicamente verificabili, e quindi, al momento, non si può dire con certezza se davvero inventò l’orvietano; né si può dire chi altri, se non lui, abbia avuto il merito dell’invenzione. Comunque il primo riferimento Lupi in ordine di tempo che abbiamo trovato è quello di Auguste Jal, che lo qualifica come dottore o alchimista di Orvieto ().

Girolamo Ferranti

Il primo personaggio chiaramente identificabile nella storia dell’orvietano è Girolamo Ferranti, che dimostrava e vendeva medicinali in pubblico a Parigi nei primissimi anni del Seicento. Era nato a Roma, si era trasferito in Francia, e poi durante uno dei suoi viaggi nella città natale aveva sposato una compatriota chiamata Clarissa e l’aveva portata con sé in Francia.

Nel corso delle sue dimostrazioni Ferranti cercava di colpire il pubblico e infondergli fiducia verso il proprio specifico. Infatti, secondo Le Paulmier “egli fu, a detta di Van Helmont, il primo che osò ingoiare, sulla pubblica piazza, qualunque veleno sconosciuto che gli era offerto, contando, per distruggerne l’effetto, sulla virtù del suo antidoto” (Fig 6).

Courval, nella Satyre Contre les Charlatans (1610) [1], scrive di Ferranti, che chiama “il signor Hyeronimo”: “[...] E per ingannare e attirare la gente più facilmente sotto un velo di carità e di cortesia, e per acquistare credito, tirava e strappava i denti di coloro che volevano farseli togliere senza prendere alcun denaro per il suo lavoro, usando a questo fine un grande e meraviglioso artificio per tirarli e strapparli, senza causare alcun dolore, e senza usare alcuno altro strumento che due sue dita, cioè il pollice e l’indice.(Fig 7).

Jean Vetrario

Clarissa, la moglie di Ferranti, sopravvisse a Girolamo e ne ereditò il “segreto”. Sposò in seconde nozze l’empirico Verrier detto Tramontan, nato in Lorena, che aveva ottenuto dal re Luigi XIII nel 1616 un brevetto di distillatore e operatore ordinario sotto il nome italianizzato di Jean Vetrario (anche chiamato Vitrario). Poi ricevette dal cardinale Aldobrandini sotto Urbano VIII il privilegio di vendere l’orvietano in tutti gli stati della Chiesa.

Col matrimonio Clarissa prese il cognome Vetraria o Vitraria.

Desiderio Descombes

Sempre nei primi decenni del diciassettesimo secolo troviamo a Parigi un altro personaggio interessante associato alla vendita dell’orvietano: Desiderio Descombes, nato nell’Angoumois, regione della Francia occidentale, ma che si professava di origine italiana.

Era giunto a Parigi verso l’inizio del 1620, dopo aver avuto attestazioni della bontà dei suoi medicamenti in numerose città della Francia, come si legge in una sua supplica fatta senza successo nel 1621 al Parlamento per ottenere il permesso di vendere nella capitale il suo antidoto.

Descombes non si arrese, e fin dallo stesso anno perseverò nei tentativi. Ottenne il sospirato privilegio esclusivo per tutta la Francia solo nel 1625: di fatto l’ostilità della professione medica verso di lui, le sue dimostrazioni, rappresentazioni... e vendite di specifici, era grande (Figg. 8,  9).

Per contro Descombes godeva da anni dell’approvazione delle autorità politiche: i parlamenti di Rennes e di Rouen si erano già pronunciati in suo favore vari anni prima, e la regina madre di Luigi XIII nel 1620 gli aveva addirittura fatto dono di 150 franchi come premio per una dimostrazione del suo antidoto alla quale lei stessa aveva assistito con membri della corte e col medico del re.

Eppure in Discours de l’Origine des Mœurs, Fraudes et Impostures des Ciarlatans (1622) Descombes è descritto come un personaggio “[...] grossolano e rozzo, non sa leggere né scrivere, né parlare, e il po’ di ascolto che gli si dà lo rivela come il ciarlatano più ignorante e il mentitore più sfrontato che sia mai salito su un palco” [4].

Nello stesso modo, ossia come un uomo sgraziato, di brutto aspetto e senza una gran parlantina, viene descritto in una serie di opuscoli satirici anonimi chiamati Caquets de l’Accouchée, pubblicati separatamente a Parigi nel 1622 e poi riuniti e ripubblicati quasi subito diverse volte [5]. Vi leggiamo: “È vero che una buona apparenza convince talvolta qualcuno ad acquistare la mercanzia, anche se non ne ha bisogno; ma non si può dire altrettanto di Desiderio des Combes, chiamato Ciarlatano, perché lui non ha una bella faccia, e gli mancano anche le belle parole.(Fig 10).

Quanto alla fine di Descombes (secondo Le Paulmier) “Thomas Riollet [...] afferma [nel 1665] che dispensava ancora il suo antidoto nel 1640, e ha sentito che poi morì di peste, a dispetto del suo antidoto”.

Con ciò l’orvietano non perse certo di smalto anche se questa avrebbe potuto essere una cattiva pubblicità per l’efficacia di quell’antidoto, visto che la peste, di cui non era ancora nota l’eziologia, era comunemente annoverata tra i veleni contro cui il rimedio agiva (Fig 11).

Cristoforo Contugi

Cristoforo (Christophe) Contugi era diventato il detentore del diritto sull’orvietano sposando Clarisse Vitraria, e proclamandosi per quella via erede di Jean Vetrario, successore di Girolamo Ferranti, dichiarato l’inventore dell’orvietano.

Nel 1646 assieme alla moglie Clarissa Vitraria ottenne la cittadinanza a Parigi, dove si era trasferito permanentemente dall’Italia (Fig 12).

Proclamandosi il detentore legittimo ed esclusivo del segreto dell’orvietano, nel 1647 riuscì a ottenere dal re Luigi XIV il privilegio esclusivo di produrre e distribuire l’orvietano anche a Parigi e in tutto il regno di Francia. Conobbe, insomma, un grande successo presso la corte e l’alta società; però non ottenne mai l’approvazione della facoltà medica che tentò di conquistare ripetutamente, dal 1648 al 1649, invano.

Tuttavia, secondo documenti ufficiali, ebbe il titolo di “antidotario del Re” e fu addirittura definito “medico romano(Fig 13).

Benché viaggiasse per commerciare in luoghi diversi e fosse anche un attore itinerante, nel 1668 Contugi aveva “una sede fissa”, ossia il famoso negozio-teatro di famiglia a Parigi all’angolo della rue Dauphine di fronte al Pont-Neuf. Nello stesso punto aveva dispensato il suo orvietano anche Desiderio Descombes una quarantina d’anni prima (Fig 14 ).

Contugi adottò come marchio del suo orvietano l’emblema del Sole. Si trattava di un sole stilizzato con una faccia umana circondato dalla scritta “ut sol solus ut sal salus”. Cristoforo lo impiegò per caratterizzare i suoi volantini e l’insegna del proprio negozio diffidando nel contempo gli altri ciarlatani ad utilizzarlo (Fig 15).

L’orvietano di Contugi era un vomitivo. Attraverso il vomito, secondo la teoria medica più accreditata all’epoca, ossia la teoria umorale, il rimedio permetteva l’espulsione dal corpo gli “umori peccanti”, causa e conseguenza di malattie. L’orvietano di Ferranti e di Descombes, invece, secondo gli ingredienti delle formule attribuite loro, non provocavano il vomito.

I Concorrenti dei Contugi

Tutti i volantini dei Contugi documentano la loro protesta contro i contraffattori che agivano in Francia quando Cristoforo era ancora a Roma (per questa ragione si era trasferito a Parigi) (Fig 16 ).

I numerosi privilegi concessi e confermati dal re ai Contugi non garantivano in pratica il monopolio di quella famiglia, perché molti “operatori” li violavano anche apertamente, usando sia il nome “orvietano” per il medicamento, sia l’emblema del Sole già citato.

Sono numerosi, quindi, i concorrenti commerciali contro i quali i Contugi reagirono citandoli in giudizio ripetutamente. Ricordiamo qui François Fossa, Christophe Poloni, Gilles Bary.

Charles Dionis

Dionis (1710-1776) era un medico “ufficiale” ben noto, laureato nel 1738 e poi professore di medicina alla Facoltà di Parigi. Ma questa grande rispettabilità non gli impedì di convertirsi in “ciarlatano” acquistando dalla famiglia Contugi il privilegio della vendita dell’orvietano in cambio di una pensione perpetua di 1000 franchi. Il trasferimento del privilegio fu garantito da Luigi XV nel 1741 con le “Lettres patentes de privilège exclusif pour la composition de l’antidote appelé orviétan, en faveur du sieur Dionis”, confermate anche nel 1755 e nel 1772.

Dionis non esitò ad associarsi con ciarlatani veri e propri, come Portier, Agironi, Cuchet, Peutot e Lécluse. La sua associazione con Agironi fu presa di mira nel poema satirico anonimo L’Art Ïatrique del 1766, attribuito a Louis-Henri Bourdelin (Fig 17).

Anche Cabanès condannò severamente i sodalizi di Dionis con i ciarlatani scrivendo: “Senza riguardo per il nome glorioso che portava, [...] trafficò miserabilmente col suo rimedio, trattando con dentisti e ciarlatani, per la vendita della famosa droga. [... Ma] la vendita si riduceva e i benefici diminuivano. Dionis, invece di un negozio, si dovette accontentare di una stanza al quarto piano, e uno speziale del vicinato [Regnard] rimase il solo depositario del prezioso rimedio.

Immediatamente dopo la morte di Dionis i suoi beni rimasero sequestrati per un periodo di tempo, durante il quale (secondo Pierre Baron) si svolse una disputa legale tra i suoi eredi e quelli dei Contugi, che alla fine ottennero il pagamento degli arretrati della loro rendita. Il privilegio non tornò ai Contugi (Fig 18).

 

L’Orvietano nelle Opere Medico-Farmaceutiche

 

Benché l’impiego dell’orvietano fosse soltanto uno, cioè quello di contravveleno, non è una sola ma sono tante le formule di orvietano pubblicate in un periodo di più di un secolo.

L’orvietano, inizialmente, venne diffuso con formule segrete dai “ciarlatani”. Mantenere nascosta la formula da un lato garantì da plagi i titolari della ricetta ma dall’altro facilitò le falsificazioni od “imitazioni” e favorì la moltiplicazione delle formule.

Infatti molti ‑ e non solo ciarlatani, ma anche, per un arco di tempo limitato, medici e speziali ‑ cominciarono e continuarono a produrre nuove versioni sempre più complicate dell’elettuario presentandole tutti come “genuine”.

Orvietanum Praestantius (ossia Più Perfetto, “Sublime”)

Planchon ha identificato due correnti principali tra gli autori di prestigio che formularono e raccomandarono l’orvietano: una prima era basata sul “vero” orvietano italiano che includeva la teriaca e talvolta anche il mitridato (Schröder, Lione, Lilla, Charas, Bate); una seconda si prefiggeva semplicemente la preparazione dell’Orvietanum Praestantius (Lémery, Codex di Parigi). “Praestantius” significa “più perfetto” o “perfezionato”.

Benchè l’Orvietanum Praestantius non contenesse mai la teriaca ed il mitridato, era comunque sempre come entrambi questi rimedi un oppiaceo, ovvero un analgesico narcotico, contenendo tra gli ingredienti anche oppio. Col suo uso, quindi, così come con quello degli alttr due farmaci, si configuravano i fenomeni farmacologici della farmacodipendenza e della farmacotolleranza, ovvero quando lo si cominciava ad usare non se ne poteva più fare a meno e per ottenere lo stesso effetto bisognava usarne sempre di più.

L’Orvietano nei Testi Farmaceutici

Le formule coi loro ingredienti si trovano in quattro gruppi principali di testi:

(1) trattati farmaceutici;

(2) lavori “caritatevoli”, “curiosi” (cioè intesi a meravigliare i lettori) ed enciclopedici;

(3) farmacopee ufficiali;

(4) formule dei “ciarlatani” riportate dai loro contemporanei.

I medici e i farmacisti “ufficiali” furono a lungo riluttanti a includere l’orvietano nei loro formulari perché non volevano essere confusi coi ciarlatani. Per esempio, non c’è l’orvietano negli antidotari italiani fino a dopo il 1660. A un certo punto però decisero anch’essi di pubblicare le loro formule, e le elaborarono in modo tale che divennero sempre più sofisticate.

Salvo eccezioni, tutti gli autori facevano proprie le formule che riportavano, e tutti affermavano che la propria era quella “genuina, cioè quella tramandata fedelmente e forse un po’ raffinata e migliorata. Tuttavia tutte queste formule erano differenti.

Schröder

È Johann Schröder (1600-1664) il primo autore “rispettabile” e “noto” della professione medica o farmaceutica, accertato da noi, che ha pubblicato, già nel 1655, la propria personale formula di orvietano includendola in un trattato importante e accettato da medici e farmacisti dell’epoca, cioè la sua Pharmacopeia Medico-Chymica [6] (Figg. 19, 20).

Charas

Il primo farmacista che pubblicò una sua formula di orvietano fu Moyse Charas (1619-1698) (Fig 21),. Egli incluse l’orvietano nella sezione galenica della sua Pharmacopée Royale, ma, come vedremo, fece una distinzione molto precisa fra quello “genuino” preparato correttamente (da lui) e quello venduto dai “ciarlatani”, e tuona contro di loro in questi termini [9]:

 I buoni effetti che l’Orvietano preparato bene ha potuto produrre in passato, hanno dato l’opportunità a diversi impostori di impiegare ogni sorta di mezzi per far credere che essi o i loro predecessori ne erano i soli inventori, e solo essi erano quelli che ne avevano la vera ricetta; cosicché molti di questi truffatori hanno percorso le Province e i Regni, e sotto l’apparenza fraudolenta di qualche buon successo, con messinscene e prendendosi gioco della gente credula nelle pubbliche Piazze, si sono appropriati del loro denaro, e ammassato somme considerevoli dalla vendita straordinaria che hanno fatto di un Orvietano fasullo; per la grande quantità del quale, è assolutamente impossibile che abbiano trovato cammin facendo le droghe necessarie, o che abbiano avuto il tempo di fare una preparazione giusta, anche se ne avessero avuto la volontà, e ne fossero stati capaci. Perciò è accaduto che in vari luoghi il loro Orvietano non ha potuto salvaguardarli dai Veleni e dai Tossici, quando questi sono stati portati sul loro Teatro da persone che non erano loro compari, né dal morso di Aspidi e Vipere, che non erano passati prima tra le loro mani. Se questi Impostori avessero trovato in tutte le città persone ostili, e dell’umore di coloro che in certi luoghi hanno trovato piacere nell’esporre le loro imposture, non avrebbero percorso tanto territorio, né ingannato tanta gente, e non continuerebbero le loro malversazioni come fanno ancora oggigiorno; essi non avrebbero più ottenuto il permesso di preparare e di vendere impunemente un rimedio, che deve solo uscire dalle mani di persone di grande fiducia e molto abili.

Fig 22.

Eppure quello che Charas denuncia in questo documento sembra esattamente ciò che aveva scritto anni prima il ciarlatano Cristoforo Contugi con l’approvazione del re in un suo volantino! Le critiche molto aspre verso gli “impostori” che vendevano l’orvietano, citate sopra, provengono dalla prima edizione della Pharmacopée (1676); ma cinque anni dopo in una nuova edizione [10] Charas in un certo senso attenuò il suo linguaggio. Tolse tutte le frasi ingiuriose, probabilmente perché potevano apparire come critiche del re di Francia e del Papa, che avevano entrambi favorito i ciarlatani.

Fig 23.

La formula di Charas ha varie analogie con quella della farmacopea di Lione [8]. L’autore, tuttavia, non rivela dove abbia preso l’ispirazione per la sua ricetta. L’orvietano di Charas non era vomitivo.

Fig 24.

L’Orvietano nelle Opere “Caritatevoli”, Curiose ed Enciclopediche

Nel Seicento e Settecento alcuni autori decisero che sarebbe stata un’opera buona scrivere libri ‑ con la parola “caritatevole” spesso inclusa nel titolo ‑ per favorire la preparazione di medicamenti con poca spesa, e dunque più accessibili a chi non si poteva permettere medicinali con composizioni classiche.

Nello stesso periodo fiorirono piccole pubblicazioni “curiose” intese più per il pubblico che per i praticanti, contenenti vere e proprie curiosità oltre a ricette farmaceutiche ed a moltissimi consigli di carattere domestico.

Più tardi si diffusero, infine, opere enciclopediche sia generali che mediche.

Un certo numero di queste tre categorie di opere conteneva formule dell’orvietano, dimostrando così la sua voga.

L’Orvietano “Ideale”

Gli autori di questa ricerca hanno trovato ed esaminato 35 ricette diverse dell’orvietano pubblicate tra il 1655 e il 1857, delle quali la grande maggioranza è del diciassettesimo secolo. Le ricette sono in genere parecchio diverse per quanto riguarda gli ingredienti e il loro numero; e questa è una caratteristitica probabilmente unica dell’orvietano tra i medicamenti famosi.

Il numero medio degli ingredienti è 26, ma varia tra 9 (la ricetta di un “ciarlatano” che poteva essere Descombes) e 57 (la ricetta di La Martinière). Se quindi scegliamo i 26 ingredienti trovati più frequentemente, è possibile costruire una ricetta “ideale”, che in teoria avrebbe dovuto avere nel complesso i maggiori consensi tra gli autori originali.

La nostra ricetta “ideale” è questa: radici di angelica (32), antora (12), aristolochia lunga (20), aristolochia rotonda (23), bistorta (20), calamo aromatico (14), carlina (26), dittamo bianco (31), genziana (25), imperatoria (23), scorzonera (17), tormentilla (21), valeriana (17); foglie di cardo santo (18), dittamo di Creta (16), ruta (13) e scordio (17); bacche di alloro (16) e ginepro (14); cannella (15); chiodi di garofano (17); carne di vipera (17); mitridato (14); teriaca vecchia (28); vino bianco (13); miele schiumato (29). Abbiamo mostrato tra parentesi i numeri di ricette differenti che contengono ciascun ingrediente.

Questo esercizio, per quanto artificiale, può dare ai lettori un’idea di come era composto il famoso orvietano.

L’Orvietano nella Letteratura

L’orvietano è apparso di frequente nella letteratura di fantasia ‑ spesso molto dopo il diciassettesimo secolo ‑, cosa che mostra quanto si era diffusa la sua popolarità.

A dispetto dell’ostilità della professione medica e delle tensioni e conflittti coi farmacisti ufficiali, la pubblicità fatta dai venditori di orvietano era stata efficace, convicendo l’aristocrazia, piuttosto che rendendola scettica. L’uso dell’antidoto era divenuto uno degli argomenti preferiti nei salotti dell’alta società sofisticata e, di conseguenza, era anche popolare presso coloro che volevano imitarla.

Abbiamo trovato molti esempi di questa moda ‑ che era iniziata intorno al 1660 ‑ in vari generi letterari:

‑ teatro (farse, commedia dell’arte, teatro tradizionale e di corte;

‑ satira politica, religiosa e popolare;

‑ poesia;

‑ memorie personali, economiche e giornalistiche;

‑ casi giudiziari;

‑ racconti e romanzi.

Qui dobbiamo limitarci a fornire tre esempi.

Tabarin

Antoine Girard, conosciuto come Tabarin, era uno dei più celebri attori farseschi francesi dell’inizio del diciassettesimo secolo. Nacque verso il 1584 e morì tra il 1626 e il 1633; e fu anche identificato con un certo Jean Salomon o Giovanni Solomon che si ritirò nel 1630. Benché non fosse mai entrato a far parte del teatro ufficiale, la sua fama durò a lungo dopo la sua scomparsa. Fu ricordato da La Fontaine e da Boileau ed il suo nome divenne parte della lingua francese comune: faire le tabarin ha avuto il significato di fare il finto tonto, e tabarinade si usa ancora per definire i suoi atti farseschi.

Di Tabarin è stato detto ripetutamente, sia nella sua epoca che più tardi, che combinava il suo mestiere di attore con quello di venditore di rimedi ciarlataneschi; ma questo non è completamente chiaro. Tuttavia esiste un documento del 1624 in cui Antoine Girard è autorizzato a vendere medicamenti in pubblico.

Nella raccolta di Tabarin del 1622 intitolata Inventaire Universel des Œuvres de Tabarin [3] troviamo il primo accenno all’orvietano nella letteratura non medica. È nel breve dialogo farsesco Quelle Est l’Herbe la Plus Mauvaise Qui Soit en la Nature. Lo traduciamo tutto, perché mostra la familiarità dell’autore con le virtù e i pericoli di un certo numero di piante medicinali.

[Tabarin.] Mio maestro, è molto tempo che non vi ho importunato coi miei discorsi: non è a sproposito se ricominciamo le nostre prime disquisizioni. Mi sapreste dire qual è l’erba più dannosa del mondo?
[Le Maistre.] Benché io non voglia, con ostentazione troppo evidente, mettermi nel rango degli uomini dotti, Tabarin, poiché tuttavia ho passato una gran parte del mio tempo nelle scienze e conoscenze delle cose naturali, potrò in qualche misura soddisfare la tua richiesta. La natura ha nascosto segreti e virtù mirabili nelle piante; non c’è radice, erba o alimento che non abbia una forza particolare; ma poiché questa virtù è interna alla pianta, così ce ne sono molte che non sono mai state oggetto della nostra conoscenza. L’esperienza e l’uso ne hanno scoperte alcune; ma il nostro spirito, benché capacissimo per sua natura di penetrare nella conoscenza di altre, tuttavia, a causa dell’imbecillità che sembra legare e trattenere i suoi organi, non ne ha mai potuto trovare le proprietà. È una cosa meravigliosa vedere come la natura ha diversificato le sue opere e si è resa prodiga nei suoi effetti. La cicuta ha qualità così contrarie, da nutrire gli storni e avvelenare gli uomini; il giusquiamo, preso da un uomo, porta la morte, e preso da un maiale o da un cinghiale, gli porta la vita; le mandorle amare contribuiscono alla salute dell’uomo, e prese dalla volpe, le causano la morte; la ferula nutre gli asini e uccide i cavalli; la mandragora, il papavero e un’infinità d’altre, prese in eccesso, producono grandi mali. Ma tra tutte le erbe non ne trovo di più mortali né di più velenose del napello: è una pianta la cui radice e il cui fusto portano la morte a quelli che li maneggiano e li tengono, e presa per bocca ha una forza così penetrante che s’insinua subito nel cuore, strappa e brucia i visceri, e in poco tempo produce una convulsione e costrizione di nervi, che alla fine è seguita dalla morte, e non c’è medicamento che possa porvi rimedio una volta che è penetrata fino al cuore.
[Tabarin.] Per la prima cosa che vi chiedo, voi non mi soddifacete, mio maestro. Volete che vi insegni qual è l’erba più dannosa del mondo?
[Le Maistre.] Desidererò sempre, fino all’ultimo momento della vita, come un gran filosofo dell’antichità, imparare qualcosa.
[Tabarin.] L’erba più dannosa del mondo e che la natura ha mai prodotto, è la canapa.
[Le Maistre.] La canapa, Tabarin! Ecco un paradosso inaudito; che ragione hai per fare questa affermazione?
[Tabarin.] Voi sapete bene che le corde sono fatte di canapa; questa erba ha una tale virtù, che dopo che mastro Gian Guglielmo l’ha tenuta mezzo quarto d’ora al collo d’un uomo, gli dà una tale costrizione di nervi da fargli perdere la vita. Non si può fare né orvietano né antidoto: questa è un’erba che ha ben tosto prodotto il suo effetto.

La formula è quella tipica dei dialoghi di Tabarin: la sua domanda, la risposta dotta e verbosa del maestro sapiente, e la conclusione arguta e paradossale di Tabarin. In questo caso la canapa è dimostrata più pericolosa del napello (cioè l’aconito).

L’accenno finale all’orvietano come antidoto potente mostra che la parola doveva già essere ben conosciuta nei primi decenni del diciassettesimo secolo.

Le Théâtre Italien de Gherardi

I commedianti italiani a Parigi non potevano mancare di fare un po’ di spirito sull’orvietano essendo il rimedio di origine italiana. Ne abbiamo trovato un esempio in Arlequin, Mercure Galant di Evaristo Gherardi, commedia rappresentata per la prima volta dai Comédiens Italiens du Roy nel 1682 e inclusa nella raccolta Le Théâtre Italien de Gherardi pubblicata nel 1700 [2].

Trascriviamo il brano in cui è menzionato l’orvietano:

ARLEQUIN descendant de dessur son âne, & s’avancant vers Jupiter. Vrayment, vrayment, il est arrivé bien du fracas là-haut depuis que vous en estes sorti. Vulcano, come Vosignoria sà, é malizioso come un diavolo. Il s’est avisé de faire des filets per attrapar Marte con Venere; e con questa scusa promenandosi nel Zodiaco, il s’est approché du Signe des Poissons, & avec son filet les a pris, & les est allé vendre à la Halle à une Poissonniere. Marte che hà visto sta furberia, a tira la spada, & a couru aprés Vulcain. Mais par malheur en passant il a marché sur le Scorpion, qui l’a d’abord piqué à la jambe, che gli è diventa grossa come la testa; e come l’hà paura ch’el poison non penetra, el m’ho ordina de luy acheter une boëte d’orvietan, & de la luy porter. Altra Commission. La Luna est dans un emportement terrible. Elle dit un million de choses qui n’ont aucune suite, & j’apprehende qu’à la fin la Lune ne devienne lunatique. L’è in colera contro gli Astronomi, parce qu’ils ont dit qu’elle avoit de taches au visage. La se picca di beltà, & cela ne luy fait pas plaisir. La m’hà pregà de luy faire en aller ses taches. J’ay resolu de luy mener cinq ou six des plus habiles Dégraisseurs de Paris, qui en fort peu de temps les luy ôteront à coup seur. Saturno est enrhumé; el m’hà dit d’andar nella rua della Huchetta per comprarghe del sirop de Capillaires, per madurar il suo rumo. Bacco é cosi imbriag, che bisogna che ghe porta una botta d’oignons, per far de la supa à l’yvrogne, per disimbriacarlo. L’è arrivad in Ciel una Cometa che hà una coda de deux cent lieues de long, & elle prétend que je lui serve de laquais, & que je la luy porte. Je luy ay répondu que je ne pouvois pas faire cela, parce que si je luy portois la queue; quand Madame la Comete arriveroit au logis pour dîner, j’aurois encore deux cent lieues à faire, & je n’arriverois jamais assez-tôt pour manger.

Abbiamo trascritto questo brano senza tradurlo, per far vedere la curiosa mescolanza di francese e di italiano piuttosto sgrammaticato. Come si vede, il “teatro italiano” era in maggior parte in francese, con qualche frase o parola nella nostra lingua per giustificare il nome della compagnia e per fornire uno spunto umoristico.

Come abbiamo visto, nella rappresentazione Arlequin-Mercure aveva ricevuto l’incarico di andare a comperare una scatola d’orvietano per curare Marte, che inseguendo Vulcano con la spada in pugno attraverso lo Zodiaco per punirlo di una furberia era stato punto dalla costellazione dello Scorpione. L’orvietano appare dunque come un rimedio così efficace e prezioso da essere “degno degli dei”.

Gli attori italiani, nella tradizione della “commedia dell’arte”, fondarono la “Comédie Italienne”, che fu tollerata purché recitasse in italiano. Però presto inclusero anche passaggi in francese, come vediamo abbondantemente nell’esempio di Gherardi. Molti degli attori italiani assumevano i nomi delle maschere tradizionali e si presentavano sotto quei nomi. Poi la “Comédie Italienne” presentò anche lavori completamente francesi, fu osteggiata e alla fine fu espulsa da Parigi nel 1697, sembra per aver offeso la signora de Maintenon, moglie (segreta) di Luigi XIV. I commedianti italiani non tornarono mai a Parigi durante la vita di quel sovrano.

Voltaire

Voltaire (cioè François-Marie Arouet, 1694-1778), il famoso autore e filosofo francese, scrisse nel 1765 un racconto curioso intitolato Pot-pourri, in cui troviamo la storia di Polichinelle, dei suoi compagni e del signor Bienfait (Fig 25).

Polichinelle era un personaggio comico francese che aveva preso il nome da Pulcinella, ma che era molto diverso di aspetto dal suo precursore napoletano, cioè era gobbo davanti e dietro.

Il giovane Polichinelle, essendo nel romanzo alla ricerca di un mestiere, decise di dedicarsi con alcuni dei suoi amici alle marionette. La compagnia andò a stabilire il suo teatrino in una borgata svizzera sulla strada da Appenzell a Milano dove alcuni ciarlatani di Orvieto avevano messo la bottega del loro orvietano [11]:

Era proprio in questo villaggio che alcuni ciarlatani di Orvieto avevano messo la bottega del loro orvietano. Si accorsero che poco a poco la plebaglia andava alle marionette, e che loro vendevano nel paese metà di meno di saponette e d’unguento per le bruciature. Accusarono Polichinelle di molte azioni reprensibili, e portarono le loro lamentele davanti al magistrato.

Dopo averci dato l’elenco dei misfatti di cui era accusato Polichinelle, Voltaire non spiega cosa poi gli successe, ma ci fa sapere che il signor Parfaict, nella sua Storia del Teatro, insiste che fu ingoiato da un rospo. Più avanti ritroviamo i suoi compagni che cercano di sbarcare il lunario con un teatro di marionette e vendendo medicinali, associandosi infine al curioso messer Bienfait:

I compagni di Polichinelle ridotti alla mendicità, che era il loro stato naturale, si associarono con qualche vagabondo, e corsero da villaggio a villaggio. Arrivarono in una cittadina, e alloggiarono al quarto piano, dove si misero a comporre alcune medicine la cui vendita li aiutò a sopravvivere per qualche tempo. Guarirono anche la scabbia del cagnolino di una dama importante; i vicini gridarono al prodigio, ma malgrado tutto il loro impegno la compagnia non fece fortuna. Si lamentavano della loro oscurità e della loro miseria, allorché un giorno sentirono un rumore sopra le loro teste, come quello di una carriola che rotolava sul soffitto. Salirono al quinto piano, e vi trovarono un ometto che faceva marionette per conto suo; si chiamava messer Bienfait, e aveva esattamente il genio che ci voleva per la sua arte. Non si capiva una parola di quello che diceva, ma faceva uno sproloquio molto conveniente, e non faceva i suoi burattini affatto male. Uno dei compagni, che lui pure eccelleva in sproloqui, gli parlò così: Noi crediamo che voi siate destinato a far rivivere le nostre marionette, perché abbiamo letto in Nostradamus queste precise parole: Nelle chi li po rate icsus ri fait en bi, le quali prese al contrario sono evidentemente: Bienfait risusciterà Polichinelle. Il nostro è stato ingoiato da un rospo, ma abbiamo ritrovato il suo cappello, la sua gobba, e la sua pratica. Voi fornirete il fil di ferro. Credo anche che vi sarà facile fargli i baffi in tutto simili a quelli che aveva, e quando saremo uniti insieme, si deve credere che avremo parecchio successo. [...] Messer Bienfait accettò la proposta. [...] Si legò dunque ai vagabondi, e tutti insieme andarono a Milano a stabilirvi il loro teatro, sotto la protezione della signora Carminetta. Furono affissi manifesti che annunciavano che lo stesso Polichinelle, che era stato mangiato da un rospo di un villaggio del cantone d’Appenzell, riapparirà al teatro di Milano, e danzerà con madame Gigogne. Avendo tutti i venditori d’orvietano trovato impossibile opporsi, messer Bienfait, che aveva anche il segreto dell’orvietano, sostenne che il suo era il migliore: ne vendette molto alle donne, che impazzivano per Polichinelle, e divenne così ricco che si mise a capo della compagnia.

Poi vediamo che Bienfait, ricco e insolente, accrebbe enormemente la sua fama e la sua fortuna, e fu molto ingrato verso la sua benefattrice signora Carminetta; ma poi ebbe un grave problema:

Un giorno uno dei suoi domestici, controllore dei biglietti dei palchi, prima di essere licenziato, si sollevò contro Bienfait, e istituì altre marionette che disprezzavano tutte le danze di madame Gigogne e tutte le disquisizioni di Bienfait. Eliminò più di cinquanta ingredienti che facevano parte dell’orvietano, compose il suo con cinque o sei droghe, e, vendendolo molto più a buon prezzo, tolse un’infinità di clienti a Bienfait, cosa che originò un processo furioso, e si combatté a lungo alla porta delle marionette, nel cortile dell Fiera.

Osserviamo che Voltaire ha associato la vendita dell’orvietano e di altre medicine al teatro delle marionette, prima come attività concorrenti e poi come parti dello stesso mestiere.

Bibliografia

[1] Thomas Sonnet de Courval, Satyre Contre les Charlatans, Jean Milot, Parigi, 1610.

[2] Arlequin, Mercure Galant; in Le Théâtre Italien de Gherardi, Jean-Baptiste Cusson et Pierre Witte, Parigi, 1700.

[3] Inventaire Universel des Œuvres de Tabarin (1622); in Œuvres Complètes de Tabarin (secondo volume), P. Jannet, Parigi, 1858.

[4] Discours de l’Origine des Mœurs, Fraudes et Impostures des Ciarlatans (1622); in Œuvres Complètes de Tabarin (secondo volume), P. Jannet, Parigi, 1858.

[5] Recueil Général des Caquets de l’Accouchée, Parre Piot, Troyes, circa 1623.

[6] Johann Schröder, Pharmacopeia Medico-Chymica, sive Thesaurus Pharmacologicus, Johannes Gerlin, Ulma, 1655.

[7] Pierre-Martin de La Martinière, Traitté des Compositions du Mitridat, du Theriaque, de l’Orvietan, & des Confections d’Alkermes & d’Hyacinte, & Autres Compositions Antidotoires, presso l’Autore, Parigi, 1665.

[8] Pharmacopoea Lugdunensis Reformata, Mandato et Cura Inclyti Collegii Medicorum Lugdunensium, Jacob Faeton, Lione, 1674.

[9] Moyse Charas, Pharmacopée Royale Galénique et Chymique, presso l’Autore, Parigi, 1676.

[10] Moyse Charas, Pharmacopée Royale Galénique et Chymique (primo volume della seconda edizione), Laurent d’Houry, Parigi, 1681.

[11] Voltaire, Pot-pourri (1765); in Contes en Vers et en Prose (secondo volume), Bordas, Parigi, 1992.

[12] Auguste Jal, Dictionnaire Critique de Biographie et d’Histoire (secondo volume della seconda edizione), H. Plon, Parigi, 1872.

[13] Gustave Planchon, Notes sur l’Histoire de l’Orviétan, in Journal de Pharmacie et de Chimie, 1892, XXVI, n. 3, 97-103, n. 4, 145-152, n. 5, 193-198, n.6, 241-250, n. 7, 289-298.

[14] Claude-Stephen Le Paulmier, L’Orviétan, Histoire d’une Famille de Charlatans du Pont-Neuf aux XVIIe et XVIIIe Siècles, La Librairie Illustrée, Parigi, 1893.

[15] Augustin Cabanès, Remèdes d’Autrefois, A. Maloine, Parigi, 1910.

[16] Patrizia Catellani e Renzo Console, L’Orvietano, Accademia Nazionale di Scienze, Lettere e Arti di Modena, Edizioni ETS, Pisa, 2004.