Cenni storici sull'insegnamento della "Farmacia" nell'Università di Pavia
Inizialmente confusi coi mercanti e venditori di droghe, gli speziali, aromatari o apotecari, pur non avendo la fisionomia di sanitari dediti esclusivamente alla manipolazione e alla vendita delle droghe medicinali, già nel Medioevo formarono in Lombardia un loro paratico indipendente, riconosciuto sin dal 1336.
Le Constitutiones et statuta et ordinamenta paratici et universitatis apothecariorum sive speziariorum civitatis et suburbiorum Mediolani, approvate da Gian Galeazzo Visconti (1351-1402) nel 1390, sono di poco posteriori all'istituzione in Pavia del generale studium utriusque iuris, videlicet tam canonici quam civilis, nec non philosophiae, medicinae et artium liberalium, avvenuta nel 1361 con diploma dell'imperatore Carlo IV (1316-1378).
Tuttavia, la "farmacia" - intesa come l'arte di preparare i rimedi seguendo le prescrizioni mediche, basandosi su specifiche conoscenze scientifiche e osservando le speciali disposizioni della farmacopea - per i suoi inscindibili rapporti con la medicina e le scienze naturalistiche, rimase sempre legata culturalmente a queste discipline ed il suo esercizio seguì nel tempo lo sviluppo delle stesse.
Durante il Rinascimento, ed anche successivamente, la medicina si fondava ancora sul "sistema Ippocratico-Galenico" dell'età classica, integrato dai successivi apporti dell'età di mezzo, trasmessi attraverso la cultura islamica e quella autoctona. Secondo tale sistema la malattia era determinata, per cause macro-microcosmiche, dalla discrasia dei quattro umori (sangue, muco o flemma, bile gialla, bile nera) normalmente presenti nell'organismo umano in equilibrata miscela (eucrasia) nello stato di salute. Per il mantenimento, o il ricupero, dello stato di salute era pertanto necessario attenersi, o ricorrere, a determinate regole di vita (regimen sanitatis della scuola salernitana), da osservare giornalmente (dietetica) secondo uno stile di vita (victus ratio, vitto) in cui gli alimenti (cibus et potus) assumevano un ruolo fondamentale, esercitando essi non solo funzioni genericamente nutritive, ma pure specificatamente terapeutiche, in rapporto alle loro qualità, esse pure classificabili secondo il succitato sistema quaternario. In particolare, nello stato di malattia risultava necessaria l'eliminazione degli umori alterati (corrotti, materia peccans), ottenibile mediante opportune tecniche, comprendenti l'impiego dei farmaci (diaforetici, purganti, carminativi, diuretici, vescicanti, revulsivi, ecc.), tra i quali spiccavano le piante medicinali. Fonte primaria per lo studio di queste restava la Materia medica di Dioscoride (I sec. dC.), sulla quale si erano via via innestati gli apporti della medicina araba, rilevanti sia a livello farmacologico, per i contributi letterari, includenti pure importanti farmacopee, sia a livello tecnologico (distillazione mediante alambicco, ecc.), sia a livello organizzativo-gestionale delle farmacie (ospedaliere e private).
Punti fondamentali per il riconoscimento e lo studio pratico delle piante medicinali erano il codice erbario (contenente raccolte di piante secche) e l'orto dei semplici (tipica struttura della medicina conventuale), in cui le piante medicinali venivano selezionate e coltivate, per passare poi nella farmacia (essa pure struttura tipica della medicina monastica), ove venivano manipolate ed eventualmente composte fra loro, nelle varie preparazioni farmaceutiche (polveri, infusi, decotti, tinture, estratti, pillole, clisteri, supposte, pomate, unguenti, ecc.).
Fra i compiti dei lettori di medicina vi era anche quello di illustrare agli studenti le virtù delle singole erbe medicinali.
Talun storico della farmacia fa risalire al 1520, con Leonardo Leggi, autore di varie opere, fra le quali un compendio dei medicamenti semplici e composti, l'istituzione a Pavia dell'insegnamento dei semplici. Vi è però chi obietta che il Leggi era in realtà addetto alla lettura della medicina pratica ordinaria, disciplina che comprendeva solo implicitamente elementi di descrizione dei così detti semplici, per cui ne consegue che la prima autentica lettura dei semplici sarebbe iniziata ufficialmente nell'Università di Pavia nel 1546, ad opera di Giorgio Dordoni, addetto alla Lectura medicinae meridianae unicus et simplicium.
Da allora, si susseguirono a Pavia nella lettura dei semplici una trentina di insegnanti nel volger di un paio di secoli, cioè fino al 1763, allorquando tale lettura cessò, per l'istituzione di una cattedra di Botanica, ricoperta dal monaco Vallombrosano Fulgenzio Vitman (1728-1806) fino al 1773, anno del trasferimento del medesimo a Milano.
Il primo vero orto dei semplici risalirebbe a Pavia al 1558, ma le complesse vicissitudini del viridarium ticinese restano in buona parte oscure, per cui qui ci si limita a rammentare che risale al 1773 la determinazione e l'inizio dei lavori per la realizzazione dell'Orto Botanico (Hortus Ticinensis) nell'attuale sede (terreno e locali già della Canonica Lateranense di S. Epifanio).
La data testè richiamata (1773) coincide praticamente con l'avvio della riforma settecentesca dell'Alma Mater Ticinensis, sancita nel 1771 da Maria Teresa (1717-1780) e sviluppata dai successivi provvedimenti di Giuseppe II (1741-1790), riforma che risultò particolarmente fruttuosa per le Facoltà scientifiche, che già dal 1769 avevano cominciato ad arricchirsi del magistero di Lazzaro Spallanzani (1729-1799), di cui divennero più avanti colleghi Alessandro Volta (1745-1827), Antonio Scarpa (1752-1832) e Giovanni Antonio Scopoli (1723-1788), quest'ultimo insegnante, dal 1777 alla morte, di chimica e di botanica generale e farmaceutica.
Il potenziamento dell'Insubre Atene - ottenuto anche attraverso la realizzazione di nuovi ambienti di studio e di ricerca (tipico appunto l'Orto Botanico), la fornitura di nuove attrezzature scientifiche e didattiche, nonchè l'introduzione di insegnamenti qualificati e qualificanti, non limitati a speculazioni teoriche, ma ricchi di sperimentazioni e con intenti anche pratici - coincise con un'epoca madre di straordinari progressi in molti campi della scienza e della tecnica.
Basti pensare al rigoglioso sviluppo, oltre che della medicina, della chimica, destinata ad assumere nel volger del tempo sempre maggior importanza, come dichiara, con acuta chiaroveggenza, già nel 1784 Pietro Moscati (1739-1824) nel suo discorso accademico Dei vantaggi della educazione filosofica nello studio della chimica, inaugurale della nuova pubblica Scuola Chimica-Farmaceutica nell'Ospitale Maggiore di Milano.
Tuttavia, almeno a Pavia, le scienze chimiche stentarono ad acquisire autonomia, con la conseguenza che anche gli insegnamenti di ambito farmaceutico rimasero per tutto il Settecento affidati, a volta a volta, in promiscuità o contemporaneità con altre discipline (materia medica, terapia generale, farmacia, chimica, chimica farmaceutica, botanica, botanica generale e farmaceutica), a professori o della Facoltà medica (Giovanni Battista Borsieri, Valentino Brusati, Bassiano Carminati) o della Facoltà naturalistica (Giovanni Antonio Scopoli, già ricordato, Francesco Nocetti).
Primo professore stabile di chimica (1796-1818) fu il pavese Luigi Valentino Brugnatelli, importante figura di studioso, mentre restò temporaneo (1802-1818) l'insegnamento di Chimica farmaceutica, con laboratorio annesso alla farmacia dell'Ospedale, svolto da Francesco Marabelli. Anche per buona parte dell'Ottocento, nonostante i potenziali sviluppi, l'insegnamento delle materie farmaceutiche, non disponendo di proprie cattedre, rimase nell'ambito delle facoltà di medicina e di scienze naturali, come, ad esempio, testimoniano i nomi rispettivamente di Siro Borda, Vincenzo Corradi, Arcangelo Spedalieri, Giuseppe Freddi, Giuseppe Corneliani, Luigi Scarenzio, Alfonso Corradi e di Santo Garovaglio ed Angelo Pavesi.
Fù infatti solo nel 1867 che venne istituita nell'ateneo pavese, in seno alla facoltà di scienze, la cattedra di Chimica-farmaceutica e tossicologica (cattedra e relativo istituto erano ubicati presso l'Orto Botanico, nell'antico monastero di Sant'Epifanio), affidata per incarico sino al 1871 a Gian Angelo Barbaglia e quindi retta sino al 1909 da Egidio Pollacci (1831-1913), serio ricercatore, autore di importanti pubblicazioni scientifiche, intelligente potenziatore della professione, dell'insegnamento e degli studi farmaceutici.
Si deve infatti al fondamentale impegno del Pollacci se nel 1874 venne istituita in Italia la laurea in Chimica e Farmacia; se nel 1877 la Scuola di Farmacia venne eretta in istituzione autonoma con un proprio Direttore; se nel 1909 venne decretata l'obbligatorietà (da lui caldeggiata sin dal 1862) della licenza liceale per poter accedere al corso di farmacia.
Furono queste le premesse per l'istituzione in Italia nel 1933 dell'attuale "Facoltà di Farmacia", con un proprio ordinamento ed un proprio preside.
Da allora la Facoltà farmaceutica pavese, in continuo sviluppo, partecipa con dignità ed impegno alla vita dell'intero ateneo, in sintonia con le altre Facoltà, alle quali tutte è legata da stretti vincoli, per le sue connessioni con la medicina e con le scienze umane, naturali, esatte, giuridiche, economiche, commerciali, umanistiche.
Caratteristica questa a lei peculiare, così come peculiare fu nella storia la posizione dello speziale ed è tuttora la professione, di alta responsabilità personale e sociale, del farmacista, interlocutore naturale fra medico e malato, ma sovente pure primo punto di riferimento del paziente.
Bruno ZANOBIO
Ultimo aggiornamento: febbraio 2001